lunedì 17 febbraio 2014

Del perché la scuola non coltiva la creatività

Sir Ken Robinson afferma che la scuola uccide la creatività!

Nel video che trovate a fondo pagina Sir Ken Robinson, noto esperto mondiale di creatività e modelli educativi, si dice convinto che “la creatività è tanto importante quanto l'alfabetizzazione”.

Immagine presa da qui

I bambini sono estremamente creativi ed innovativi, ma lo sono perché “si buttano. Se non sanno qualcosa, ci provano. Non hanno paura di sbagliare.”
Questo è il punto cruciale: non aver paura di sbagliare ci consente di osare e trovare nuove strade.

Purtroppo crescendo i ragazzi diventeranno adulti terrorizzati dall'idea di sbagliare, perché “abbiamo sistemi nazionali d'istruzione dove gli errori sono la cosa più grave che puoi fare. E il risultato è che stiamo educando le persone escludendole dalla loro capacità creativa”.

Infatti se non sei pronto a sbagliare, non ti verrà mai in mente qualcosa di originale”.
Se tu hai perduto la tua capacità di buttarti, non riuscirai mai a trovare la tua strada, quella che va bene per te soltanto.

Fin dalla scuola primaria si danno voti a quello che un bambino fa, si misura in numeri la sua partecipazione alla vita scolastica, e non importa quanto bello sia quello che nasce dalla sua freschezza e originalità. Quello che importa è che sappia fare ciò che il programma ministeriale ha stabilito che dovrà imparare a fare in un tempo X assegnato a priori, un tempo uguale per tutti.
E chi sta fuori da quel tempo sarà non adeguato, sarà deficitario, sarà etichettato.
Io trovo tutto questo incredibilmente strano e surreale. E' come aver la pretesa di allevare polli in batteria!

I bambini, con la loro capacità di improvvisazione e la creatività innata di cui sono dotati, sono maestri ed esempi da imitare per mantenere vivo in ognuno di noi quel guizzo vitale che fa la differenza.
L'apprendimento dei bambini passa attraverso il fare e il toccare con mano propria la realtà, ecco perché il gioco è una delle modalità principe di autoeducazione dei piccoli.

Sir Robinson spiega che non si può diventare creativi, ma si può smettere di esserlo, grazie ad un sistema educativo che stigmatizza l'errore e divide il mondo in giusto o sbagliato.

Peter Gray sostiene che “Non si può insegnare la creatività, ma la si può sottrarre alle persone attraverso un percorso scolastico che non sia centrato sulle domande dei bambini ma sulle domande dettate da un programma imposto, che procede come se tutte le domande avessero una sola risposta giusta e ognuno dovesse imparare le stesse cose. (fonte: qui)

Personalmente ho sempre diffidato di chi si sente depositario di verità assolute, ho sempre contestato i dogmi scolastici ed ho avuto la fortuna di incontrare insegnanti interessati più a quello che io pensavo e a come vedevo le cose piuttosto che a sentirmi ripetere una lezione a nastro. Ma sono stata fortunata!

Quello che si paga oggi è il peso di un'omologazione che non ha più alcun motivo di esistere, che danneggia noi e ancor più i nostri figli, costretti a soffocare i propri talenti a causa di metodologie asfittiche.

A scuola ci sono materie di serie A e di serie B: “Ovunque nel Mondo ogni sistema d'istruzione ha la stessa gerarchia di materie. Al vertice ci sono le scienze matematiche e le lingue, poi le discipline umanistiche e in fondo l'arte.”
Inoltre esiste una gerarchia nelle arti. L'arte figurativa e la musica occupano una posizione più alta nelle scuole rispetto a recitazione e danza.”

Considerato che quando siamo bambini intrisi di creatività si impara principalmente attraverso il corpo e la memoria corporea (pilastri su cui si basa anche il Metodo Montessori), viene spontaneo chiedersi perché le scuole non si occupino della fisicità degli studenti.
Non esiste sistema educativo sul pianeta che insegni la danza ai bambini ogni giorno, così come insegniamo la matematica. Perché?
Credo che la matematica sia molto importante, ma altrettanto la danza. I bambini ballano tutto il tempo se possono, noi tutti lo facciamo.
Abbiamo tutti un corpo, o no? Mi sono perso qualcosa?
In verità, ciò che succede è che, quando i bambini crescono, noi iniziamo ad educarli dalla pancia in su. E poi ci focalizziamo sulle loro teste. E leggermente verso una parte.”

Secondo Ken Robinson un alieno in visita sulla Terra sarebbe portato a pensare che tutto il nostro sistema educativo serva a formare professori universitari, rispettabilissime persone tutte concentrate nella loro testa e dissociate dal loro corpo.

Il nostro sistema educativo fu pensato per formare persone adatte al lavoro e per conseguire l'accesso all'università.
Ma tutto questo poteva andar bene finché avere un titolo universitario equivaleva a trovare un lavoro. Adesso non è più così e continuare a stigmatizzare errori significa sprecare bei talenti, mettere fuori strada persone che forse non avranno più la fortuna di ritrovarsi.

Ken Robinson definisce la creatività come “il processo che porta ad idee originali di valore. Si manifesta spesso tramite l'interazione di modi differenti di vedere le cose”.

In un passaggio molto interessante Sir Robinson racconta la storia di Gillian Lynne, coreografa di fama mondiale autrice di “Cats” e “Phantom of the Opera”.
Quando Gillian aveva otto anni gli insegnanti della scuola scrissero ai genitori affermando che la bambina aveva problemi di apprendimento. “Non era capace di concentrarsi, diventava nervosa. Oggi direbbero che ha l'ADHD (Sindrome da Deficit di Attenzione e Iperattività). Ma siamo attorno al 1930 e l'ADHD non l'avevano ancora inventata. Non era una condizione disponibile allora. La gente non sapeva che poteva averla”.
In ogni caso la madre la portò da uno psicologo che, dopo averla osservata, consigliò alla donna di iscrivere la figlia in una scuola di danza. E questo ha cambiato il corso della sua vita: ha reso possibile la realizzazione del suo talento e la sua felicità di potersi finalmente sentire libera di essere quella che era, accettata e rispettata nella sua peculiarità.
Del resto Gillian Lynne è stata molto fortunata, perché “Un altro le avrebbe somministrato qualche farmaco e detto di calmarsi”.

Infine Robinson conclude che, a suo modo di vedere, “la nostra unica speranza per il futuro è di adottare una nuova concezione di ecologia umana, nella quale cominciare a ricostruire la nostra considerazione della ricchezza delle capacità umane.
Il nostro sistema educativo ha sfruttato le nostre teste come noi abbiamo sfruttato la terra: per strapparle una particolare risorsa. E per il futuro non ci servirà.
Dobbiamo ripensare i principi fondamentali sui quali educhiamo i nostri figli. Dobbiamo fare attenzione ad usare il dono dell'immaginazione umana saggiamente...
E lo faremo solo se sapremo vedere le nostre capacità creative per la ricchezza che sono e se sapremo vedere i nostri figli per la speranza che sono.
Il nostro compito è di educarli nella loro interezza affinché possano affrontare il loro futuro.
Forse noi non vedremo questo futuro, ma loro si.
E il nostro compito è di aiutarli a farne qualcosa.”




Tutte le citazioni, dove non diversamente segnalato, sono tratte dal video di Sir Ken Robinson.

Bibliografia:
The Element”, Ken Robinson, Mondadori, ottobre 2012
Give childhood back to children: if we want our offsprings to have happy, productive and moral lives, we must allow more time for play, not less”, Peter Gray, The Indipendent, 12 gennaio 2014 link

Il segreto dell'infanzia”, Maria Montessori, Garzanti Elefanti, 2007 

venerdì 14 febbraio 2014

Senza titolo

Immagine presa da qui

Aprire la copertina di “Senza titolo”, Hervé Tullet (chi, se non lui?), Franco Cosimi Panini, 2013, è come sbirciare dentro un teatro chiuso al pubblico, quando gli attori si scaldano in attesa che le prove o lo spettacolo abbiano inizio.
E' come avventurarsi in un luogo intimo, in questo caso nel bel mezzo del procedimento creativo che darà vita a un libro.

Appunto perché qui di libro ancora non si parla, Tullet stesso lo definisce un non-libro, un'opera in divenire insomma.

Poiché la cosa bella dei libri è che basta disegnare degli oggetti perché questi esistano, i personaggi, appena tratteggiati e non completati, stanno giocando tra loro quando si accorgono che qualcuno li sta osservando.
Gioia e preoccupazione agitano i loro animi di carta, provano ad intrattenerci, a spiegarci che la storia non è ancora pronta, il libro non ancora terminato ma, siccome noi ci ostiniamo ad osservarli, si risolvono a chiamare in scena – è proprio il caso di dirlo – l'autore in persona. Che pensi lui ad approntare una storia!




Tullet rende il suo personaggio con una foto tessera applicata sul suo corpo tratteggiato a matita come quello delle altre creature: trovata a mio avviso geniale, perché lui è finito si, insomma creato a tutto tondo, ma ahimè in preda ad una tensione creativa che non ha ancora trovato la sua manifestazione compiuta.
Il resto lo scoprirete da voi.


Le illustrazioni del libro ricordano i disegni in divenire del quaderno di un bambino, tanto che viene voglia di colorare e aggiungere dettagli, completare a piacere alcuni particolari.
Un libro gioco insomma perché, spiega Tullet, “Ciò che rende un albo illustrato un buon libro è il fatto che vi si possa prendere parte”.

Qui il trailer del libro:



qui uno spettacolo tratto dal libro.

Consigliato dai 4 anni.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma

Buon we!

mercoledì 12 febbraio 2014

Io non voglio un figlio obbediente!

A un figlio obbediente preferisco un figlio che ragioni con la propria testa e comprenda il motivo delle mie richieste. Voglio un figlio che accetti di fare quello che gli sembra ragionevole e rifiuti il resto.
E' e sarà complicato, lo so.
Il lato positivo è che cresceremo insieme.
Inoltre credo che questo lo metterà al riparo, almeno in parte, da varie forme di abuso da parte di adulti.

Io preferisco che mio figlio cresca con la consapevolezza di poter scegliere. Sono certa che questa responsabilità farà di lui una persona fornita di una sana autostima e di fiducia in se stesso.


Il bambino è competente” di Jesper Juul, Saggi Universale Economica Feltrinelli 2009 (da cui sono tratte tutte le citazioni di questo post), è un libro nel quale ho trovato la giusta enunciazione di alcuni concetti che mi ronzavano nel cuore.

Juul afferma che “Fin dalla nascita i bambini sono persone complete, cioè sono sociali, collaborativi e pronti a comunicare. Queste qualità […] sono innate. D'altra parte, perché queste qualità si sviluppino, i bambini hanno bisogno di vivere con adulti che si comportino in maniera da rispettarne e modellarne il comportamento sociale e umano.” E questo può avvenire soltanto con l'esempio, l'accettazione, il rispetto e il dialogo.

Molti genitori continuano a credere che i figli debbano 'imparare a obbedire', nonostante il fatto che questa aspettativa generi quasi sempre 'disobbedienza' […] Questo perché noi recepiamo come offensivo e poco dignitoso il dover obbedire a un ordine quando siamo più che disposti a collaborare.”

L'alternativa ad imporre ordini sta nell'essere disponibili al dialogo, “un dialogo aperto e personale che tenga conto dei desideri, dei sogni e delle necessità sia dei figli che dei genitori.”

Altra qualità da affinare è l'elasticità.
Ma chi ha mai deciso che una cosa si fa in un modo piuttosto che in un altro? Non siamo forse tutti diversi?
Io credo che ogni famiglia abbia bisogno di sviluppare la propria personale forma di convivenza, tenendo presente che dove c'è rispetto reciproco ci sarà anche il piacere di collaborare.

Ciò che più mi spaventa in alcune persone adulte è la smania di insegnare qualcosa ai bambini, l'incapacità di osservare e ascoltare. E imparare, anche.


E voi vorreste un figlio obbediente?

lunedì 10 febbraio 2014

La gratitudine

Osservare i bambini è il modo migliore per ritrovare la gioia di vivere, per recuperare il sorriso perduto in una giornata troppo piena.
Guardare il mondo dal loro punto di vista aiuta a vedere il quotidiano con occhi diversi e goderne.
Le parole chiave sono due: meraviglia e gratitudine.


Provare meraviglia per i piccoli doni della vita presuppone l'attitudine a non dare mai niente per scontato e la disposizione ad essere felici, e grati, per quello che c'è: il sole al risveglio, il viso gioioso del vostro piccolo, la casa calda e accogliente, un lavoro o il tempo libero. Esserci!

Provate a scrivere 10 cose di cui siete grati.

E ricordate di sorridere.
Oltre ad avere una sana ricaduta sulla psiche e sul corpo, il sorriso è contagioso: più sorridete più persone sorrideranno a voi. Non è magnifico?


Uno degli esercizi che propongo nei miei laboratori è quello di camminare, incontrare lo sguardo di un compagno e sorridere. Poi abbracciare quella persona come se non ci si vedesse da una vita. In silenzio, senza parole.
Re-imparare ad incontrare l'altro con il corpo fa sentire le persone più leggere e felici.

Adesso concentratevi sul vostro respiro. E' qualcosa a cui non facciamo caso generalmente, eppure il respiro ci tiene in vita.
Provate a mettere tutta la vostra attenzione nei momenti del vostro respiro: inspirazione ed espirazione. Fate in modo di essere voi stessi il vostro respiro.
E' uno strumento utilissimo anche per allontanare ansia e stress ed è la principale forma di meditazione del buddismo zen.


Per finire propongo di godere il video della piccola dolce Kayden, che incontra la pioggia per la prima volta: ha veramente molto da insegnarci.
Che cos'è la pioggia per Kayden? E per voi?


Bisogna sempre spiegargliele le cose, ai grandi”
Non si vede bene che col cuore.
L'essenziale è invisibile agli occhi.”
Antoine De Saint-Exupéry, “Le Petit Prince


Colgo l'occasione di questo post per ringraziare la gentilissima Carla del blog firmatocarla, che sabato mi ha assegnato un premio.

Buon lunedì!
♥♥♥







venerdì 7 febbraio 2014

Che tempo fa?

Ecco il libro giusto per rompere la monotonia di questa stagione delle piogge: “Che tempo fa?” di Elve Fortis De Hieronymis, le rane interlinea, 2013!

Immagine presa da qui

Si tratta di un albo dalle illustrazioni bellissime, che accompagnano con coerenza la narrazione e nelle quali le figure sembrano collages multicolori composti da forme ben comprensibili dalla sensibilità dei piccoli.

Immagine presa da qui 

Il testo, in rima, è un profluvio di onomatopee, quasi una lunga canzone che attraversa stagioni ed eventi atmosferici insieme ad animali grandi e piccoli.

Una festa per gli occhi e per le orecchie!

Bianca bianca, lieve lieve,
fiocca lenta giù la neve.

Nel silenzio più profondo,
mentre bianco si fa il mondo.
DIN DIN DIN - i campanelli.
TUM TUM TUM – i tamburelli.
Ballan gli orsi mattacchioni,
scende neve e salgon suoni.”

Selezionato e consigliato da Nati per Leggere.

Elve Fortis - immagine presa da qui

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma


e vi auguro un gioioso we!

mercoledì 5 febbraio 2014

Il mio tempo lento: pane svedese e altre storie.

In inverno a me piace molto stare a casa, anche nei week end.
Amo prendermi il tempo per lavorare, per giocare, per studiare, per cimentarmi in imprese che mi sembrano improbabili.
Qui mi sento bene: ci sono io e c'è il mio piccolo.

Il fine settimana è un tempo nostro, nel quale ci gustiamo la libertà di poltrire a letto (e menomale che Binotto è anche più dormiglione di me!), compriamo frutta e verdura fresche o le aspettiamo dal nonno, passeggiamo senza meta (pioggia permettendo...), ci precipitiamo al parco o alle giostre... poi torniamo. E io assaporo la serenità di non correre.

Preparo cibi semplici, pulisco come e quando mi va, una cosa alla volta, senza stress, e intanto ascolto Bicci che inventa storie e parla ad amici immaginari, assaporo il mio silenzio, la mia calma, la mia gioia di stare, l'assenza di aspettative, l'anima placata.
E sorrido.

Sorrido al cielo che mi guarda sempre, alle mie piante che mi donano fiori in pieno inverno in cambio di un po' di calore e attenzioni, sorrido al mio bambino che colora ogni attimo e sorrido al mio viso riflesso nello specchio, finalmente familiare, intimamente mio.

Trovo il piacere di usare le mani, di fare cose antiche che mi fanno sentire viva e connessa con le mie radici femminili.
Ho finalmente cucito - a mano, che non ho macchina, per ora! - l'orlo delle tendine per la finestra di cucina e le ho appese con grande soddisfazione. Pensavo di non esserne capace...


Ultimamente ho portato in casa due bellissime clivie e una piantina grassa che sembra fatta di piccole pietre, e loro fioriscono per me.


Ho fatto un pane facilissimo, che inonda la casa di un'aroma speciale: il pane svedese.
Questa volta ho seguito fedelmente la ricetta (quasi), trovata in “Cuochi si diventa”, Allan Bay, Feltrinelli, gennaio 2007.
Eccola qui:

Per 1 pane della dimensione di un pancarré. Yogurt bianco g 500, 2 cucchiaini di bicarbonato di sodio, 1 cucchiaino di sale, mezzo dl di sciroppo o miele liquido, olio, quanto basta di farina 00 di grano tenero, farina integrale di grano tenero, farina di segale, farina di soia, fiocchi di avena, fiocchi di riso, fiocchi di frumento, fiocchi d'orzo, crusca, varie ed eventuali simili.


Si versa lo yogurt in una ciotola, si aggiunge il bicarbonato e si sbatte con una frusta. Poi si aggiunge il sale, lo sciroppo/miele e l'olio continuando a mescolare, quindi le farine, fiocchi ecc secondo gusto e fantasia. Dovrete ottenere un composto abbastanza solido ma con la “consistenza di una pappetta per galline”. Lo versate in uno stampo da plum cake, lo livellate e fate cuocere in forno a 180° per due ore.
Lasciate raffreddare fuori dal forno prima di tagliare.

Generalmente io uso miele, olio evo, metto poco o niente sale e l'ultima volta ho provato a farlo con farine integrali di riso, miglio e grano saraceno, ovvero completamente gluten free.
Quello che si ottiene è un pane delizioso e profumato, che dura anche tutta la settimana, se non lo finite prima!

Sono tante piccole cose che, singolarmente e insieme, mi donano un piacere speciale, di cui sono profondamente grata.



martedì 4 febbraio 2014

Giocando si impara!*

Potrebbe sembrare una novità, ma non lo è: GIOCARE è il modo migliore per IMPARARE!
Questa volta a dircelo è Peter Gray, psicologo evoluzionista e ricercatore del Boston College, che ha fatto del gioco il suo oggetto di studio e ricerca.

Le sue teorie prendono le mosse dagli studi pionieristici di Karl Groos – autore di “I giochi degli animali”, 1896, e “I giochi degli uomini”, 1899 – che ha osservato come tutti i cuccioli di mammiferi giochino, e lo facciano tanto più a lungo quanto più sono in alto nella scala evolutiva e vivono quindi in società più complesse, che presuppongono l'apprendimento di un maggior numero di regole sociali.


Gray ha studiato a lungo “la vita dei bambini nelle culture dei popoli di cacciatori-raccoglitori”: in queste società i bambini sono lasciati liberi di giocare dai quattro anni fino alla tarda adolescenza quando, spontaneamente, sentono la necessità di assumere prerogative e responsabilità adulte. Infatti i piccoli tendono ad osservare i grandi e a riprodurre nel gioco le loro attività, al fine di acquisire le competenze necessarie a divenire a loro volta adulti capaci e preparati nella cultura di riferimento.

Avanzando un parallelo con quelle società primitive, che lasciano tempi lunghi di gioco alla propria prole affinché questa abbia il tempo di acquisire le regole sociali e formarsi alla vita, il professore definisce il tempo del gioco libero/non diretto da adulti tra ragazzi come tempo da “cacciatori-raccoglitori”.
Guardando alla sua infanzia, lo studioso afferma che “Quello che ho imparato dalla mia esperienza di cacciatore-raccoglitore è stato più utile per la mia vita da adulto di quello che ho studiato a scuola”, ovvero i giochi di strada tra ragazzi in cui impegnava i pomeriggi e le giornate liberi dagli impegni scolastici sono stati più formativi per la sua persona rispetto alla permanenza nelle aule scolastiche.


Negli Stati Uniti e in molti altri paesi all'inizio del novecento, con la riduzione del lavoro minorile e lo sviluppo urbano ancora agli albori, il gioco infantile era il passatempo principe di quasi tutti i piccoli. Successivamente, dagli anni sessanta in poi, c'è stata una progressiva strutturazione e gestione del tempo dell'infanzia da parte degli adulti che, tra scuola, sport e attività extrascolastiche, ha di fatto privato i bambini della libertà di giocare ed esplorare a modo loro.
Parallelamente i disturbi mentali infantili, associati a stati d'ansia e depressione, sono aumentati dalle cinque alle otto volte, così come la “percentuale dei suicidi tra i giovani tra i 15 e i 24 anni è più che raddoppiata, e quella tra i ragazzi con meno di quindici anni è quadruplicata”.
Basta leggere le cronache per imbattersi in suicidi adolescenziali spesso dovuti ad insuccessi scolastici, che lasciano stupefatti gli adulti, convinti che tutto andasse bene.

Le minori opportunità di gioco sono state accompagnate da una diminuzione dell'empatia e da un aumento del narcisismo”, fattori che impediscono lo sviluppo di sane relazioni interpersonali.

Il gioco, come ho detto altrove, costituisce una vera e propria palestra emozionale, nella quale i bambini possono acquisire le competenze relazionali necessarie a sviluppare una vita sociale soddisfacente. Competenze che, come afferma Gray, non possono essere acquisite a scuola, “perché l'ambiente scolastico è autoritario e non democratico”, detta regole ed esprime giudizi.

Successivamente lo psicologo americano ha osservato “il modo in cui imparano i bambini di una scuola alternativa come la Sudbury valley school.
Questo tipo di scuola, fondata nel 1968, accoglie studenti dai quattro ai diciannove anni, li lascia liberi di fare ciò che preferiscono, non ha classi e impone soltanto il rispetto delle regole basilari dell'istituto per il mantenimento dell'ordine. Gli adulti, “attenti e preparati”, “aiutano e non giudicano”.
Alla Sudbury insomma i piccoli sono liberi di esplorare ed imparare. Il cardine su cui ruota ogni attività di questa scuola è il gioco: “Mentre giocano, gli studenti […] imparano a leggere, a far di conto e a usare i computer […]. Non pensano di apprendere: pensano solo che stanno giocando o 'facendo delle cose', ma nel frattempo imparano”.
Pare infatti che, lasciati liberi di sperimentare e decidere, i ragazzi delle società civilizzate, così come quelli delle società più primitive, scelgano di acquisire le conoscenze necessarie a trovare un buon lavoro e avere una vita soddisfacente.
Capita che in questa istituzione i ragazzi imparino “ad assumersi la responsabilità di se stessi e della comunità”.

Ciò che assimila le tribù di cacciatori-raccoglitori e la Sudbury è il creare “le condizioni fondamentali per sfruttare al massimo le capacità dei bambini di autoeducarsi” nonché “l'aspettativa sociale che l'educazione sia responsabilità dei bambini […]”.

Gray aggiunge “Non mi aspetto di convincere tutti che da un momento all'altro dovremmo abolire le scuole così come sono ora e sostituirle con centri dov'è possibile esplorare e giocare liberamente. Ma forse riuscirò a convincere parecchie persone che giocare fuori dalla scuola è importante”.

Nelle scuole asiatiche, dove i bambini studiano più degli americani e dei nostri, si è notato una forte crisi della creatività e della capacità di relazionarsi positivamente.
A scuola le attività dei bambini sono continuamente giudicate: per questo è il posto meno adatto per esercitare la creatività”. Lo spirito del gioco e l'assenza di giudizio contribuiscono a rendere le persone più creative.


Gray osserva quindi che “Non si può insegnare la creatività, si può solo lasciarla fiorire. I bambini in età prescolare sono naturalmente creativi”.

Molti giovani usciti dalla Sudbury “continuavano a praticare le attività che amavano a scuola con la stessa gioia, passione e creatività di prima, ma ora ci guadagnavano da vivere.”. Questo in una scuola normale non accade perché tutti sono obbligati a fare le stesse cose e anche chi si appassiona ad una materia dovrà cambiare attività al suono della campanella; “I programmi e gli orari impediscono ai ragazzi di coltivare qualsiasi interesse in modo creativo e personale.

Recentemente si è dibattuto della convenienza nell’assegnare o meno i compiti a casa ai ragazzi.
Lo psicologo americano pensa che “Oggi i bambini sono così occupati a fare i compiti o sono così impegnati in altre attività decise dagli adulti che di rado hanno il tempo o l'opportunità di scoprire e d'immergersi completamente in attività che li divertono sul serio”.
A ben vedere, argomenta ancora Gray, l'unica vera competenza utile per vivere bene è andare d'accordo con gli altri. E il solo modo per impararla è il gioco di gruppo.

Il gioco, volontario perché si può entrare e uscire quando si preferisce, presuppone la contrattazione delle regole tra i partecipanti, ma anche il rispetto delle reciproche esigenze affinché gli altri vogliano continuare a giocare. “La regola aurea del gioco di gruppo” è “fai agli altri quello che vorrebbero che tu facessi a loro”.
Nel gioco l'uguaglianza non significa uniformità, ma attribuzione della stessa importanza ai bisogni e ai desideri di tutti.

Il gioco insegna le abilità sociali senza cui la vita sarebbe insopportabile. Ma insegna anche a controllare emozioni negative forti, come la paura e la rabbia.”
Durante il gioco i piccoli sperimentano situazioni di paura e imparano a gestirla, ma è importante che tale esperienza sia spontanea in quanto non tutti sono in grado di far fronte allo stesso tipo di paura. La rabbia conseguente ad azioni giocose viene generalmente accolta e investita in modo costruttivo affinché il gioco possa continuare.

Il mondo dei giochi è la palestra per imparare a diventare adulti. […] Togliendo il gioco, priviamo i bambini della possibilità di esercitarsi a essere adulti e creiamo persone che per tutta la vita si sentiranno vittime e dipendenti, con la sensazione di un'autorità che gli dice cosa fare e risolve i problemi al posto loro. Non è un modo sano di vivere.

E voi cosa ne pensate?


*Questo post fa riferimento all'articolo “Lasciateli giocare” (titolo originale “The play deficit”) di Peter Gray, pubblicato su Internazionale N. 1031 del 2013, da cui sono tratte tutte le citazioni.





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