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mercoledì 19 febbraio 2014

Il circo degli animali.

In una riunione convocata mercoledì scorso, le due educatrici della scuola dell'infanzia frequentata da Binotto ci hanno comunicato il tema della festa di carnevale, a cui i genitori non saranno ammessi: il circo degli animali.

Ai bambini della classe di mio figlio sono stati assegnati questi ruoli: 2 majorettes, 2 clown, 1 domatore, 6 tigri, 6 cavalli, 6 scimpanzè e 6 elefanti.

Con determinata educazione ho detto che a me il tema sembrava inopportuno, dal momento che i circhi con animali sono luoghi di sofferenza, nei quali le bestie vengono private della libertà e maltrattate al fine di ottenere il comportamento voluto dall'umano, palesemente innaturale per la loro specie.

La totalità degli altri genitori presenti ha replicato che i bambini di tre/quattro anni non capiscono, al limite ci si poteva porre il problema se avessero avuto sette anni!
Nessuno ha provato a smentire tale affermazione, e una delle educatrici ha detto che i circhi li conoscono tutti e al circo il domatore c'è.

La stessa sera ho deciso di scrivere alle maestre per ribadire la mia posizione e ho chiesto: “quando un bambino vorrà sapere che cos'è un domatore, voi cosa risponderete? Qual'è l'insegnamento che volete trasmettere con questa scelta?”

Personalmente cerco di crescere mio figlio nella consapevolezza della pari dignità degli esseri viventi: umani e animali hanno lo stesso diritto di cittadinanza su questa terra e non c'è posto per abusi, costrizioni e violenze. Mai.
Vorrei che la scuola insegnasse almeno questo: pari dignità, rispetto e pacifica collaborazione.

Un bambino di tre/quattro anni ha la capacità di capire quello che gli si spiega, eccome!
Io vorrei che nel panorama culturale di mio figlio le figure come i domatori fossero inscritte tra quelle che non ci piacciono, perché creano sofferenza ad altre creature.
I bambini possono ben capire che gli animali sono liberi, come le persone. Ed è solo nella libertà che gli esseri viventi mantengono integra la propria dignità.

Ho parlato con entrambe le educatrici prima e dopo la lettera, non ho ricevuto alcuna risposta scritta, ma hanno cambiato il nome del domatore: ora è un presentatore, che introdurrà la sfilata degli animali!


Immagine presa da qui


Qui trovate il link alla brochure diffusa dall'Enpa per lottare contro la presenza degli animali nei circhi: 
Pensaci un attimo. Un posto in cui gli animali sono tenuti prigionieri, sottratti alle loro famiglie e spesso lontani dai loro simili, in un ambiente repressivo della loro natura di creature selvatiche, è un posto in cui un bambino può imparare qualcosa di buono?”

Questa è la normativa di legge sugli spettacoli viaggianti, circhi compresi, in Italia.

Questo è il Codice Penale a proposito di maltrattamento di animali.

Lo Stato Italiano assegna contributi in denaro agli spettacoli viaggianti, circhi compresi.

mercoledì 5 febbraio 2014

Il mio tempo lento: pane svedese e altre storie.

In inverno a me piace molto stare a casa, anche nei week end.
Amo prendermi il tempo per lavorare, per giocare, per studiare, per cimentarmi in imprese che mi sembrano improbabili.
Qui mi sento bene: ci sono io e c'è il mio piccolo.

Il fine settimana è un tempo nostro, nel quale ci gustiamo la libertà di poltrire a letto (e menomale che Binotto è anche più dormiglione di me!), compriamo frutta e verdura fresche o le aspettiamo dal nonno, passeggiamo senza meta (pioggia permettendo...), ci precipitiamo al parco o alle giostre... poi torniamo. E io assaporo la serenità di non correre.

Preparo cibi semplici, pulisco come e quando mi va, una cosa alla volta, senza stress, e intanto ascolto Bicci che inventa storie e parla ad amici immaginari, assaporo il mio silenzio, la mia calma, la mia gioia di stare, l'assenza di aspettative, l'anima placata.
E sorrido.

Sorrido al cielo che mi guarda sempre, alle mie piante che mi donano fiori in pieno inverno in cambio di un po' di calore e attenzioni, sorrido al mio bambino che colora ogni attimo e sorrido al mio viso riflesso nello specchio, finalmente familiare, intimamente mio.

Trovo il piacere di usare le mani, di fare cose antiche che mi fanno sentire viva e connessa con le mie radici femminili.
Ho finalmente cucito - a mano, che non ho macchina, per ora! - l'orlo delle tendine per la finestra di cucina e le ho appese con grande soddisfazione. Pensavo di non esserne capace...


Ultimamente ho portato in casa due bellissime clivie e una piantina grassa che sembra fatta di piccole pietre, e loro fioriscono per me.


Ho fatto un pane facilissimo, che inonda la casa di un'aroma speciale: il pane svedese.
Questa volta ho seguito fedelmente la ricetta (quasi), trovata in “Cuochi si diventa”, Allan Bay, Feltrinelli, gennaio 2007.
Eccola qui:

Per 1 pane della dimensione di un pancarré. Yogurt bianco g 500, 2 cucchiaini di bicarbonato di sodio, 1 cucchiaino di sale, mezzo dl di sciroppo o miele liquido, olio, quanto basta di farina 00 di grano tenero, farina integrale di grano tenero, farina di segale, farina di soia, fiocchi di avena, fiocchi di riso, fiocchi di frumento, fiocchi d'orzo, crusca, varie ed eventuali simili.


Si versa lo yogurt in una ciotola, si aggiunge il bicarbonato e si sbatte con una frusta. Poi si aggiunge il sale, lo sciroppo/miele e l'olio continuando a mescolare, quindi le farine, fiocchi ecc secondo gusto e fantasia. Dovrete ottenere un composto abbastanza solido ma con la “consistenza di una pappetta per galline”. Lo versate in uno stampo da plum cake, lo livellate e fate cuocere in forno a 180° per due ore.
Lasciate raffreddare fuori dal forno prima di tagliare.

Generalmente io uso miele, olio evo, metto poco o niente sale e l'ultima volta ho provato a farlo con farine integrali di riso, miglio e grano saraceno, ovvero completamente gluten free.
Quello che si ottiene è un pane delizioso e profumato, che dura anche tutta la settimana, se non lo finite prima!

Sono tante piccole cose che, singolarmente e insieme, mi donano un piacere speciale, di cui sono profondamente grata.



martedì 4 febbraio 2014

Giocando si impara!*

Potrebbe sembrare una novità, ma non lo è: GIOCARE è il modo migliore per IMPARARE!
Questa volta a dircelo è Peter Gray, psicologo evoluzionista e ricercatore del Boston College, che ha fatto del gioco il suo oggetto di studio e ricerca.

Le sue teorie prendono le mosse dagli studi pionieristici di Karl Groos – autore di “I giochi degli animali”, 1896, e “I giochi degli uomini”, 1899 – che ha osservato come tutti i cuccioli di mammiferi giochino, e lo facciano tanto più a lungo quanto più sono in alto nella scala evolutiva e vivono quindi in società più complesse, che presuppongono l'apprendimento di un maggior numero di regole sociali.


Gray ha studiato a lungo “la vita dei bambini nelle culture dei popoli di cacciatori-raccoglitori”: in queste società i bambini sono lasciati liberi di giocare dai quattro anni fino alla tarda adolescenza quando, spontaneamente, sentono la necessità di assumere prerogative e responsabilità adulte. Infatti i piccoli tendono ad osservare i grandi e a riprodurre nel gioco le loro attività, al fine di acquisire le competenze necessarie a divenire a loro volta adulti capaci e preparati nella cultura di riferimento.

Avanzando un parallelo con quelle società primitive, che lasciano tempi lunghi di gioco alla propria prole affinché questa abbia il tempo di acquisire le regole sociali e formarsi alla vita, il professore definisce il tempo del gioco libero/non diretto da adulti tra ragazzi come tempo da “cacciatori-raccoglitori”.
Guardando alla sua infanzia, lo studioso afferma che “Quello che ho imparato dalla mia esperienza di cacciatore-raccoglitore è stato più utile per la mia vita da adulto di quello che ho studiato a scuola”, ovvero i giochi di strada tra ragazzi in cui impegnava i pomeriggi e le giornate liberi dagli impegni scolastici sono stati più formativi per la sua persona rispetto alla permanenza nelle aule scolastiche.


Negli Stati Uniti e in molti altri paesi all'inizio del novecento, con la riduzione del lavoro minorile e lo sviluppo urbano ancora agli albori, il gioco infantile era il passatempo principe di quasi tutti i piccoli. Successivamente, dagli anni sessanta in poi, c'è stata una progressiva strutturazione e gestione del tempo dell'infanzia da parte degli adulti che, tra scuola, sport e attività extrascolastiche, ha di fatto privato i bambini della libertà di giocare ed esplorare a modo loro.
Parallelamente i disturbi mentali infantili, associati a stati d'ansia e depressione, sono aumentati dalle cinque alle otto volte, così come la “percentuale dei suicidi tra i giovani tra i 15 e i 24 anni è più che raddoppiata, e quella tra i ragazzi con meno di quindici anni è quadruplicata”.
Basta leggere le cronache per imbattersi in suicidi adolescenziali spesso dovuti ad insuccessi scolastici, che lasciano stupefatti gli adulti, convinti che tutto andasse bene.

Le minori opportunità di gioco sono state accompagnate da una diminuzione dell'empatia e da un aumento del narcisismo”, fattori che impediscono lo sviluppo di sane relazioni interpersonali.

Il gioco, come ho detto altrove, costituisce una vera e propria palestra emozionale, nella quale i bambini possono acquisire le competenze relazionali necessarie a sviluppare una vita sociale soddisfacente. Competenze che, come afferma Gray, non possono essere acquisite a scuola, “perché l'ambiente scolastico è autoritario e non democratico”, detta regole ed esprime giudizi.

Successivamente lo psicologo americano ha osservato “il modo in cui imparano i bambini di una scuola alternativa come la Sudbury valley school.
Questo tipo di scuola, fondata nel 1968, accoglie studenti dai quattro ai diciannove anni, li lascia liberi di fare ciò che preferiscono, non ha classi e impone soltanto il rispetto delle regole basilari dell'istituto per il mantenimento dell'ordine. Gli adulti, “attenti e preparati”, “aiutano e non giudicano”.
Alla Sudbury insomma i piccoli sono liberi di esplorare ed imparare. Il cardine su cui ruota ogni attività di questa scuola è il gioco: “Mentre giocano, gli studenti […] imparano a leggere, a far di conto e a usare i computer […]. Non pensano di apprendere: pensano solo che stanno giocando o 'facendo delle cose', ma nel frattempo imparano”.
Pare infatti che, lasciati liberi di sperimentare e decidere, i ragazzi delle società civilizzate, così come quelli delle società più primitive, scelgano di acquisire le conoscenze necessarie a trovare un buon lavoro e avere una vita soddisfacente.
Capita che in questa istituzione i ragazzi imparino “ad assumersi la responsabilità di se stessi e della comunità”.

Ciò che assimila le tribù di cacciatori-raccoglitori e la Sudbury è il creare “le condizioni fondamentali per sfruttare al massimo le capacità dei bambini di autoeducarsi” nonché “l'aspettativa sociale che l'educazione sia responsabilità dei bambini […]”.

Gray aggiunge “Non mi aspetto di convincere tutti che da un momento all'altro dovremmo abolire le scuole così come sono ora e sostituirle con centri dov'è possibile esplorare e giocare liberamente. Ma forse riuscirò a convincere parecchie persone che giocare fuori dalla scuola è importante”.

Nelle scuole asiatiche, dove i bambini studiano più degli americani e dei nostri, si è notato una forte crisi della creatività e della capacità di relazionarsi positivamente.
A scuola le attività dei bambini sono continuamente giudicate: per questo è il posto meno adatto per esercitare la creatività”. Lo spirito del gioco e l'assenza di giudizio contribuiscono a rendere le persone più creative.


Gray osserva quindi che “Non si può insegnare la creatività, si può solo lasciarla fiorire. I bambini in età prescolare sono naturalmente creativi”.

Molti giovani usciti dalla Sudbury “continuavano a praticare le attività che amavano a scuola con la stessa gioia, passione e creatività di prima, ma ora ci guadagnavano da vivere.”. Questo in una scuola normale non accade perché tutti sono obbligati a fare le stesse cose e anche chi si appassiona ad una materia dovrà cambiare attività al suono della campanella; “I programmi e gli orari impediscono ai ragazzi di coltivare qualsiasi interesse in modo creativo e personale.

Recentemente si è dibattuto della convenienza nell’assegnare o meno i compiti a casa ai ragazzi.
Lo psicologo americano pensa che “Oggi i bambini sono così occupati a fare i compiti o sono così impegnati in altre attività decise dagli adulti che di rado hanno il tempo o l'opportunità di scoprire e d'immergersi completamente in attività che li divertono sul serio”.
A ben vedere, argomenta ancora Gray, l'unica vera competenza utile per vivere bene è andare d'accordo con gli altri. E il solo modo per impararla è il gioco di gruppo.

Il gioco, volontario perché si può entrare e uscire quando si preferisce, presuppone la contrattazione delle regole tra i partecipanti, ma anche il rispetto delle reciproche esigenze affinché gli altri vogliano continuare a giocare. “La regola aurea del gioco di gruppo” è “fai agli altri quello che vorrebbero che tu facessi a loro”.
Nel gioco l'uguaglianza non significa uniformità, ma attribuzione della stessa importanza ai bisogni e ai desideri di tutti.

Il gioco insegna le abilità sociali senza cui la vita sarebbe insopportabile. Ma insegna anche a controllare emozioni negative forti, come la paura e la rabbia.”
Durante il gioco i piccoli sperimentano situazioni di paura e imparano a gestirla, ma è importante che tale esperienza sia spontanea in quanto non tutti sono in grado di far fronte allo stesso tipo di paura. La rabbia conseguente ad azioni giocose viene generalmente accolta e investita in modo costruttivo affinché il gioco possa continuare.

Il mondo dei giochi è la palestra per imparare a diventare adulti. […] Togliendo il gioco, priviamo i bambini della possibilità di esercitarsi a essere adulti e creiamo persone che per tutta la vita si sentiranno vittime e dipendenti, con la sensazione di un'autorità che gli dice cosa fare e risolve i problemi al posto loro. Non è un modo sano di vivere.

E voi cosa ne pensate?


*Questo post fa riferimento all'articolo “Lasciateli giocare” (titolo originale “The play deficit”) di Peter Gray, pubblicato su Internazionale N. 1031 del 2013, da cui sono tratte tutte le citazioni.





lunedì 6 gennaio 2014

Maria Montessori: l'educazione alla libertà. Nel giorno della Befana!

Oggi festeggiamo la Befana ma nella stessa data accade anche che:

Era il sei gennaio 1906 (praticamente tutte le altre fonti che ho consultato dicono 1907) quando si inaugurò la prima scuola di piccoli bambini normali da tre a sei anni, non posso dire col mio metodo, perché esso non esisteva ancora, ma vi doveva nascere in breve tempo”.

Così racconta Maria Montessori nel suo “Il segreto dell'infanzia” (Garzanti, Elefanti, novembre 2007), da cui sono tratte anche le altre citazioni di questo post).


Siamo nel quartiere San Lorenzo, a Roma. La scuola nasceva all'interno di un progetto di riqualificazione edilizia e igienica dell'area, i 50 bambini ammessi a frequentarla provenivano tutti da famiglie poverissime dove l'analfabetismo dilagava.
La continuità educativa tra scuola e famiglia si concretizzava nell'impegno dei genitori a tener pulita la zona e a mandare i bambini a scuola lavati e ordinati.
Per la prima volta lo spazio scolastico è organizzato a misura di bambino, al quale è data libera facoltà di movimento e di scelta tra i materiali didattici proposti: non ci sono più cattedre, né programmi, esami, castighi o premi.
Ne consegue che “Il metodo non si vede: ciò che si vede è il bambino. Si vede l'anima del bambino che, liberata dagli ostacoli, agisce secondo la propria natura.”

Il principio del metodo Montessori risiede nel favorire lo sviluppo di ogni individuo in base ai suoi ritmi naturali e alla sua peculiare personalità, l'esperienza e l'autonomia facilitano la scoperta dei propri interessi reali e lo sviluppo della fiducia in se stessi.

Maria Montessori chiama i piccoli allievi delle sue scuole “bambini normalizzati”, fanciulli ai quali è restituita la libertà di movimento in un mondo pensato appositamente per loro, per agevolare la loro crescita.

Un centinaio di anni fa circa questa studiosa spiegò che molte difficoltà di apprendimento dei bambini erano imputabili ad un metodo educativo inadeguato a favorire il fiorire della personalità e dell'intelligenza immaginativa degli alunni, che si rinserrava quindi dietro “barriere psichiche” capaci di renderli impermeabili agli insegnamenti imposti fino al punto da “venir confusi coi deficienti”.


Ma se l'operaio produce ciò che l'uomo consuma e crea nel mondo esteriore, il bambino produce l'umanità stessa, e pertanto i suoi diritti ancora più palesemente esigono trasformazioni sociali. E' evidente che la società dovrebbe prodigare ai bambini le cure più perfette e più sagge, per ricavarne maggior energia e maggiori possibilità per l'umanità futura.”

Non sembra anche a voi un'ottimo augurio per l'anno appena cominciato e per tanti altri a venire?


martedì 20 marzo 2012

Pittura in libertà

Come ho detto qui l’arte è corpo, ovvero credo che ogni attività creativa trovi la massima possibilità di espressione se il soggetto agente è libero di muoversi nello spazio.
E questo è valido sia che si tiri la sfoglia per la pasta, sia che si suoni uno strumento musicale, sia che si dia alla luce un bambino, sia che si….   Continuate voi?

A Bicci piace dipingere con le tempere insieme a me.
Di solito dispongo un po’ di pagine di giornale sul pavimento, ci metto sopra dei piatti con i colori, pennelli, acqua e un grande foglio bianco:




 A presto!
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