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sabato 19 gennaio 2013

Belli tutti!


Stamani Binotto si è svegliato così:

Bella la zuzza
Bella mamma
Bello Binotto
Belli tutti!


Buon fine settimana!
A presto!

sabato 5 gennaio 2013

Daniele Novara: l’essenziale per crescere


Daniele Novara è un noto pedagogista, fondatore del Centro Psicopedagogico per la Pace e la gestione dei conflitti, Direttore responsabile della rivista “Conflitti” e Responsabile Scientifico della Scuola Genitori. A questo link potete trovare “I materiali delle serate” della Scuola, ottime risorse da leggere gratuitamente, e qui un elenco di libri per chi avesse voglia di approfondire.
In questo post dell’aprile scorso avevo citato un suo testo a proposito di bambini abbondanti e bambini felici, che ho ritrovato la scorsa estate tra gli approfondimenti di “L’ESSENZIALE PER CRESCERE Educare senza il superfluo”, scritto da Daniele Novara e Silvia Calvi, mamma-giornalista, curatrice della stesura delle parti che contengono elementi giornalistici.
“L’ESSENZIALE PER CRESCERE” è un libro rivolto ai genitori, una guida alla riflessione su un ampio spettro di questione educative, che ha come principio cardine l’essenzialità e la chiarezza. Gli autori propongono di esercitare la genitorialità in maniera positiva ed assertiva, allo scopo di crescere figli liberi e autonomi. Il libro, spiega lo stesso Novara, è frutto di 4 anni di gestazione. Ogni parola è ben misurata, dal momento che, effettuando circa 400 consulenze all’anno da 10 anni, l’autore dispone di un osservatorio privilegiato per tratteggiare un quadro sociologico molto accurato della famiglia moderna. Famiglia che lui ritiene essere in un momento di transizione epocale, alle prese con la ridefinizione di ruoli e competenze.   Il libro, a pochi mesi dalla pubblicazione, è consigliato dai pediatri.   A mio parere è uno di quei manuali da leggere e tenere vicino per future ulteriori consultazioni.
Di seguito riporto il testo dell’intervista che Daniele Novara mi ha gentilmente concesso il 18 dicembre scorso e per la quale lo ringrazio di cuore.

Foto tratta da qui
Cito da “L’ESSENZIALE PER CRESCERE”:

[¼] “papà peluche”, un papà morbido che si occupa esclusivamente del gioco e del divertimento dei figli. [¼] tra il maternage e il papà peluche il ruolo del padre muore [¼] una morte di funzioni educative [¼]
In altre parole, se la madre attribuisce al padre un ruolo secondario [¼], è ovvio che si riduca drasticamente l’elaborazione simbolica della figura paterna. p. 56

Una soluzione? Che le donne si impegnino a creare, insieme ai loro partner, dei codici paterni educativi condivisi, invece di lasciare i padri in questa inconsistenza grottesca dell’essere diventati puro divertimento per i figli. Aiutare l’uomo a identificarsi con una figura che sa essere ferma, autorevole, decisa. p. 53 

ArteMamma (di seguito AM): Non sono sicura di aver ben compreso il concetto espresso in questo come in altri passaggi. Dalla lettura del suo libro ho avuto l’impressione che si consideri il padre/l’uomo un po’ vittima della madre/donna. E’ così? Se si, perché? Personalmente faccio fatica ad assegnare tutta la responsabilità alla donna che, semmai, si fa in quattro per tappare tutti i buchi.
Perché l’uomo non può assumersi la responsabilità del suo ruolo?
Daniele Novara (di seguito D.N.): Vista la mia esperienza professionale, ritengo di disporre di un osservatorio privilegiato sullo stato attuale delle relazioni familiari: la donna vuole che il padre faccia divertire i figli.
E’ la madre che colloca il ruolo del padre sia fisicamente che psicologicamente. Avendo alle spalle il pesante retaggio di una figura paterna rigida e autoritaria, con la quale preferisce evitare il confronto, la madre colloca la funzione del padre sul piano del  compiacimento, in modo che non ponga problemi ai figli. Preferisce posizionare il partner nel ruolo del padre peluche.

AM: Perché il padre si lascia fare questo? I padri sono contenti di questa situazione?
D.N.: E’ una domanda intelligente.
I padri in realtà non sono soddisfatti di questa situazione. Si tratta di una necessità storica, perché il padre-padrone ha fatto molti danni: era il padre della cinghia, quello che non ascoltava i figli. Oggi il padre è contento di cambiare interpretazione del ruolo rispetto a questa figura così discutibile. Certamente uscire da questo girone infernale storico è impresa non facile. Adesso si ha il padre per il tempo libero, il padre buono, simpatico. Occorre arrivare al padre educativo che, da un punto di vista storico, non c’è mai stato, autorevole e non autoritario, simpatico e che riesca ad infondere coraggio senza essere spavaldo.
Finché un figlio è piccolo, la madre è sufficiente. Ma un adolescente senza padre fa molta fatica.

AM: Non è comodo essere un padre-peluche?
D.N.: Assolutamente! Comodo per i padri e per le madri. Per questo occorre che ci sia gioco di squadra.
La donna, che ha un primato biologico inequivocabile, crea l’incipit cercando di collocare il padre.
Nella società occidentale è in atto un profondo cambiamento storico, segnato anche dal matrimonio tra gay, che oscilla tra la scomposizione tra figure generative e la tutela della famiglia tradizionalmente intesa.
Per far fronte a tutto ciò bisogna cercare di organizzarsi bene. E’ necessario che entrambe le figure, materna e paterna, siano presenti.

AM: Oggi il parto naturale diventa anche una scelta educativa e culturale. P.19. Non posso che essere d’accordo: può articolare questa affermazione per le mie lettrici? In che senso la scelta del parto ha un’influenza così duratura sulla vita del nascituro?
D.N.: Per quanto riguarda il parto naturale ho un debito personale verso Lorenzo Braibanti, il ginecologo che negli anni ’80 portò il Metodo Leboyer in provincia di Piacenza. Braibanti era una figura eccezionale.
Io sono un grande fautore della naturalità del parto. La fatica del travaglio e della nascita rappresenta un’importante conquista per la mamma ed il bambino. Si tratta di un’esperienza densa di significati: madre e figlio hanno sfidato la morte e ce l’hanno fatta. Il passaggio nel canale del parto è qualcosa che ha a che fare con la morte.
Tale esperienza generativa vissuta da madre e figlio rappresenta la base per un rapporto profondo tra i due. Non è la stessa cosa con interferenze mediche.
Partorire significa sfidare vittoriosamente il senso della nostra specie; la donna che viene anestetizzata non potrà vivere quest’esperienza.

AM: Il papà in sala parto: lei cosa ne pensa?
D.N.: Condivido Leboyer laddove afferma che non deve essere un obbligo, ci va chi ci vuole andare. In ogni caso condivido con Silvia Calvi l’opinione che la nascita è una questione squisitamente femminile. La donna potrebbe farsi accompagnare da un’altra donna che ha partorito, una sorella o un’amica intima o anche la madre, se c’è un ottimo rapporto.
L’uomo non può capire cosa succede alla donna in quei momenti.

AM: Che cosa intende con la paura di educare?
D.N.: La paura di educare attanaglia i genitori. C’è paura di ferire, di fare del male ai bambini. Un esempio: i bambini a tre anni hanno bisogno di dormire 11 ore, ma i genitori spesso affermano “...ma non posso mica forzarlo”. Questa è paura di educare.
I bambini che non dormono secondo i loro bisogni probabilmente stanno troppo davanti alla TV, mangiano fuori orario, sono troppo sedentari, faticano a fare i compiti, che saranno così delegati ai genitori.
La paura di educare è dannosa per i figli, che hanno invece bisogno di genitori che abbiano il coraggio di dire loro cosa fare.
La chiarezza è molto importante: c’è bisogno di regole oggettive, chiare.

AM: La famiglia a tavola: come costruire e mantenere un momento di serenità?
D.N.: E’ fondamentale mangiare tutti insieme, senza la TV accesa, creare il senso di comunità. Mai lasciare che i bambini mangino in solitudine. Si sta a tavola finché tutti hanno finito; nessuno dopo i tre anni deve essere imboccato. Si possono instaurare anche dibattiti e conflitti.
La colazione rappresenta un pasto fondamentale. La tavola per la colazione si prepara la sera prima con una ritualità precisa e condivisa.

AM: Kit essenziale per feste serene in famiglia?
D.N.: Spingere sulla ritualità: candele, tovagliolo... Fare del Natale la celebrazione dei legami con le persone con cui si sta bene.
Il Natale è, infatti, celebrazione dei legami che ci sono, per risolvere i conflitti ci sono altre occasioni. Se si invitano persone con le quali si hanno conflitti è meglio sospendere, stabilire una tregua.

AM: Cosa regaliamo ai bambini?
D.N.: Libri, prima di tutto. Sto lavorando ad un libro per bambini, che spero di ultimare nel corso del prossimo anno.
Giocattoli di costruzione.
Giocattoli artistici.
Niente vestiti: si usano i vestiti usati di cugini, amici, fratelli o comprati. Sono così belli i vestiti che hanno una storia!


E voi cosa ne pensate?
Conoscevate già Daniele Novara?
A presto!

martedì 18 dicembre 2012

Prénatal crea Mommypedia: e tu hai qualcosa da aggiungere?

 

Forse ricordate che avevo già parlato qui dell’importanza della comunicazione verbale tra madre e figlio.

Quando nasce un bambino il mondo assume un significato diverso: magicamente riusciamo a notare sfumature e particolari che prima sembravano passare inosservati. Quando ci rivolgiamo al nostro piccolo il tono della voce diventa mellifluo, musicale, armonioso. E sembra quasi che il vocabolario non ci basti più, sembra che la nostra padronanza della lingua non ci soccorra per esprimere tutto quello che viviamo e che vorremmo trasmettere a nostro figlio. Ecco allora che coniamo termini nuovi o arricchiamo di nuovi, talvolta, improbabili significati le parole di ogni giorno. Nasce così quello che viene chiamato maternese o baby talk.

Dean Falk nel suo Lingua Madre ci spiega che Il maternese aiuta i bambini piccoli nell’apprendimento delle parole e della grammatica, tuttavia diventa sempre meno importante man mano che i bambini crescono e diventano linguisticamente più abili. Ed esso non avrebbe alcuna utilità se i neonati non avessero un sistema nervoso fatto su misura per l’apprendimento del linguaggio. Perciò natura ed educazione sono entrambe importanti nello sviluppo del linguaggio. La relazione tra baby talk e acquisizione del linguaggio nei bambini moderni prospetta l’interessante possibilità che il linguaggio primitivo possa essere scaturito da una preistorica forma di maternese.

Io non smetterò mai di stupirmi di come la natura ci crea perfetti!

Viral video by ebuzzing

Prènatal, che si cura di accompagnare i genitori nell’accoglimento e nella cura del nuovo arrivato con una vasta gamma di prodotti e servizi, crea Mommypedia: un dizionario enciclopedico e piattaforma social, composto dall’apporto di tutte le mamme ed i papà che vorranno condividere foto, video e le parole del cuore, quei vocaboli e significati che hanno aggiunto colore alla loro vita insieme alla nascita del loro bambino.

E fino al 21 dicembre prossimo Mommypedia è anche un concorso a premi, tramite il quale sarà possibile vincere un guardaroba per il proprio bambino del valore di 500,00 € in buoni acquisto. I vincitori saranno due e saranno scelti dalla giuria Prénatal tra i 50 foto e video più votati.

Per accedere a Mommypedia si può andare sul sito di Prénatal oppure iscriversi tramite Facebook.

E voi che cosa aggiungereste?

Buona fortuna!

 

A presto!



 


Articolo sponsorizzato
 

domenica 18 novembre 2012

La melodia dell’amore: la comunicazione tra madre e figlio. Divagazioni tra pedagogia dell’ascolto di Tomatis, lingua madre e linguaggio dei segni.




Qualche giorno fa ho letto in rete che è stato pubblicato un libro, Mamma parla con me di Nancy Cadjan, sull’uso del linguaggio dei segni con i neonati e comunque per tutto il periodo tra la nascita e la progressiva acquisizione del linguaggio parlato.

Sono curiosa di leggere questo testo, perché l’argomento mi lascia perplessa, in quanto credo che l’uso del linguaggio dei segni, come di ogni altra forma di linguaggio codificato, presupponga delle capacità logiche che il neonato ancora non possiede. Ritengo inoltre che il neonato apprenderà il tipo di linguaggio che gli verrà trasmesso/insegnato.
Sicuramente sono una grande estimatrice della parola pronunciata e del valore dell’ascolto, ma è anche noto che il contatto vocale con la madre è fondamentale per il piccolo fin dalla vita in utero.
In ogni caso questa notizia mi ha stimolato a fare delle riflessioni che vorrei condividere. 

Innanzitutto mi ha fatto riprendere in mano un libro bellissimo e interessantissimo che ho letto all’inizio della gravidanza: La notte uterina di Alfred Tomatis.  Partendo dalla fisiologia e neurologia del sistema uditivo, l’autore - otorinolaringoiatra francese specializzatosi in ricerche pioneristiche sul rapporto tra ascolto, psicologia e comunicazione, nonché fondatore dell’audiopsicofonologia o Metodo Tomatis - ci fa letteralmente entrare nel mondo sonoro del feto che, già dal quarto mese di gestazione, sarà dotato dell’apparato acustico che gli consentirà di ascoltare i suoni che abitano il corpo materno, crescere, evolversi e comunicare con la propria madre e con l’esterno. Il testo puntualizza l’importanza fondamentale dell’ascolto quale base per la costruzione della relazione primaria e punto di partenza di una pedagogia improntata ad amore e rispetto.
E’ noto ormai che ciò di cui nutriamo i nostri figli, fin dal loro formarsi nel ventre materno, non è solo cibo, ma interazione e relazione.     Tomatis parla proprio di imprinting linguistico[1], spiegando che “La voce materna costituisce, indubbiamente, l’’impasto sonoro’ sul quale si modella il linguaggio. La madre esprime il suo passato, i suoi sentimenti e, in particolare, il suo amore attraverso un materiale acustico assai specifico percepito in modo singolare dal feto, seguendo un processo del quale non sapremo mai valutare abbastanza il valore.”[2] E aggiunge “E’ più che evidente che la trasmissione di vita, attraverso la voce materna, si realizza solo se la madre, investita della sua maternità, impregnata di questa pienezza, conscia del suo impegno, può manifestare la sua gioia di vivere, il suo benessere. Per questo, nel corso della gravidanza, deve vivere in un clima di armonia, in un ambiente caldo che la renda cosciente di quello che, dentro di sé, si evolve e si perfeziona.”[3]
E qui pone l’accento sull’opportunità di vivere la gravidanza con consapevolezza: “La preparazione della donna in gravidanza ha un’importanza considerevole perché diventi donatrice di vita e d’amore. La sua voce sarà, allora, il supporto materiale del messaggio essenziale indirizzato al bambino per tutto il tempo dell’attesa. A sua volta il bambino prepara il suo apparato uditivo a ricevere la voce che costituisce il suono della vita. Di questa voce, percepita al di là del linguaggio, decantata dal suo contenuto semantico, verbale, non resterà che il timbro cadenzato, in funzione del ritmo parlato specifico della madre. Questo è il ritmo che il bambino, alla nascita, riconoscerà fra tutti e ricercherà per tutta la sua esistenza.”[4]   La voce della madre sarà  ed è, quindi, la musica che accompagnerà tutto il nostro percorso in vita di esseri umani.
“[¼]noi chiediamo spesso alle gestanti di parlare e di cantare al bambino che portano dentro di loro. Consigliamo anche di provare ad ascoltare quello che il loro piccolo può aver voglia di esprimere. E’ importante che si instauri un dialogo, un vero dialogo d’amore, di quell’amore che illumina la voce della madre nella banda preferenziale in cui si manifesta il suono della vita.
E’ in questa banda molto speciale che si situa, nella voce della madre, un vero linguaggio, l’unico che introduce la nozione della vita che la madre porta in sé, al di là di ogni semantica, di ogni fibra affettiva.”[5]
Poiché il ricordo non è solo un fatto cerebrale, la memoria di questo dialogo sonoro, dell’armonia di questa relazione amorosa sarà conservata in tutto il corpo del neonato prima e dell’adulto poi, così come ogni esperienza che modellerà il suo approccio alla vita. Su questa, come su altre considerazioni affini, si basa anche molta pedagogia teatrale, compreso il metodo che io utilizzo nel condurre i miei laboratori.
E’ interessante tener presente che alcune discipline fisiche e mediche credono che le memorie inscritte sul corpo contribuiranno a determinare lo stato di salute e le eventuali patologie da cui la persona sarà caratterizzata, piuttosto che affetta.

In questo testo sorprendente e multiforme Tomatis esprime una meravigliosa definizione dell’universo femminile quale portatore di creatività e di vita: “Essere femmina significa portare un germoglio. Essere donna è portare un bambino. Essere madre è portare un individuo.”
E prosegue a proposito l’interazione madre/feto: “La madre deve parlargli, deve imparare a comunicare, a dialogare con lui. Le basterà lasciar vibrare in sé l’essere per poter trovare le parole della vita, i canti d’amore diretti a questa parte di sé che si fonde nel bambino che porta. [¼] E’ dal calore affettivo contenuto in una voce gradevole e dolce, amorosa e comprensiva che egli saprà cogliere ciò di cui ha bisogno. Non c’è nulla di complicato, in fondo.”[6]
Sarebbe molto utile che tanti corsi pre-parto, anche pubblici, fossero improntati a questo principio basilare, per cui l’ascolto reciproco e attento costituisce il punto di partenza per la creazione del rapporto primario e per tutti i rapporti che verranno nel corso della vita.


Sembra inoltre che l’interazione vocale tra madre e neonato stimoli il piccolo all’apprendimento della lingua – detta madre, appunto - al fine di poter comunicare in modo efficace con la mamma. Su questo tema ho acquistato Lingua madre di Dean Falk, che aspetta pazientemente di essere letto.
L’autrice, direttrice del dipartimento di Antropologia della Florida State University di Fort Lauderdale e esperta in evoluzione del cervello e neuroanatomia comparata, analizza il raggiungimento della postura eretta dei nostri progenitori, avvenuto tra i sette e i cinque milioni di anni fa. A questo evento la studiosa associa la nascita del linguaggio: in un’era in cui le madri erano costrette a poggiare in terra i piccoli per raccogliere cibo, l’unico modo per calmare la loro ansia era l’utilizzo della voce, attraverso l’emissione di vocalizzi, costituiti da rudimentali sonorità melodiche che si sarebbero successivamente evolute in una forma di proto linguaggio, e sopravvissute fino a noi attraverso il maternese, la lingua musicale e affettiva con cui in tutto il mondo le madri si rivolgono spontaneamente ai piccoli. E’ proprio per implementare questa comunicazione che il bambino sviluppa il linguaggio, infatti la Falk ritiene questa «musica parlata» fondamentale per l’apprendimento della lingua e per la maturazione emotiva e sociale, nonché nello sviluppo di abilità artistiche, quali il canto, ad esempio. (Dean Falk, Lingua madre. Cure materne e origini del linguaggio, Bollati Boringhieri Editore, Torino, 2011)

Sembra comunque che anche l’acquisizione della postura eretta sia stimolata dal bisogno di ascoltare e comunicare. Infatti anche Tomatis spiega “Il corpo assume la posizione verticale per tendere l’orecchio, ed è per diventare un totale orecchio, una sorta di antenna all’ascolto del linguaggio, che l’uomo si vede dotato di un sistema nervoso che risponde alla realizzazione di questa funzione.”[7]  

L’espressione dei bisogni del neonato passa notoriamente attraverso il pianto. La madre potrà imparare a distinguere l’origine del problema affinando l’ascolto e giungendo a riconoscere le diverse qualità e sonorità del pianto del suo bambino: quello da fame, quello da sonno, da noia, ecc.  Sarà la sua voce melodiosa e il contatto del suo corpo caldo che restituiranno serenità e forniranno appagamento al piccolo. Ed è attraverso lo sviluppo di questa relazione amorosa che il bambino crescerà forte e sicuro.


Personalmente trovo che la lingua dei segni sia uno strumento molto utile, la cui conoscenza meriterebbe una maggiore diffusione, soprattutto al fine di limitare ostacoli alla possibilità di comunicare in caso di difficoltà uditiva e linguistica. Tuttavia credo che se il neonato sapesse usare i segni allora saprebbe anche parlare! Insomma non si tratta di un problema di fonazione, ma di immaturità cognitiva fisiologica.
Ciò non toglie che tra madre e bambino si sviluppi anche una dinamica gestuale che completerà e arricchirà l’arcobaleno della loro relazione.

E voi che cosa ne pensate?
A presto!





[1] Alfred Tomatis, La notte uterina, Red Edizioni, Milano, 1996, 2009 – red!, Milano, 1996, 2009, pag. 147
[2] Op. cit., pag. 147
[3] Op. cit., pag. 147
[4] Op. cit., pag. 148
[5] Op. cit., pag. 150

[6] Op. cit., pag. 229
[7] Op. cit., pag. 128

martedì 18 settembre 2012

Il primo giorno di nido… e il secondo…



Con una settimana di ritardo rispetto agli altri bambini - causa malattia - ieri abbiamo cominciato l’avventura del nido, insieme con l’inseparabile amico Winnie the Pooh.
Io sono stata presente ma piuttosto defilata, per non disturbare gli altri bimbi e per osservare le reazioni del mio piccolino.
Binotto è un gran curioso: dopo il mio incoraggiamento ha cominciato ad esplorare l’ambiente nuovo e si è impegnato nel collaudo di due cavallucci a dondolo di legno!
Ogni tanto si affacciava a controllare che io fossi ancora seduta sul divano dove mi aveva lasciato…


Al momento di andare a giocare in giardino le educatrici mi hanno chiesto di accompagnarlo perché da solo non voleva andare. Una volta fuori io mi son messa distante.
Lui era molto incuriosito dalla gran quantità di tricicli, macchinine, cavalcabili e piccole bici di cui l’asilo è dotato. Dopo un po’ è tornato dentro con un’educatrice e poi…non mi trovava più e si è messo a piangere! L’educatrice l’ha riportato fuori e mi ha chiamato subito, ma Binotto si era talmente convinto che io ero andata via che non mi vedeva nemmeno se gli ero davanti che lo chiamavo e salutavo!!
Però si è calmato in breve tempo e si è rimesso a giocare…


Dopo l’asilo l’ho portato a vedere l’ufficio dove lavoro, e lui è stato molto contento: c’erano un sacco di penne colorate con cui disegnare!
Ieri pomeriggio e stamani gli ho spiegato più volte che pian piano io andrò via dall’asilo per andare a lavorare e lui resterà a giocare, finché io tornerò a prenderlo per tornare a casa insieme.
Questa storia non gli piace molto, tanto che stamani voleva che chiamassi la tata per rimanere a casa a giocare con lei.
Invece siamo andati. Oggi lui si allontanava meno da me, non mi perdeva d’occhio un minuto per il timore che io me ne andassi. Dopo circa un’oretta che eravamo dentro il nido, sono riuscita a convincerlo ad andare insieme in giardino. Quando finalmente si è deciso a salire su un’altalena, l‘ho salutato spiegandogli che uscivo a fare una telefonata per lavoro e sarei tornata dopo poco tempo.
Avevo concordato con le educatrici di star fuori dieci/quindici minuti a seconda della sua reazione…
Son stata fuori ben trenta minuti, perché Binotto era tranquillo e sereno a giocare, prima sull’altalena e poi su una macchinina rossa che gli piace davvero tanto!
Quando son tornata era molto contento, ma non voleva andar via…
E quando, dopo un'altra mezzora, tutti i bambini uscivano, ho dovuto portarlo via in braccio mentre piangeva e urlava perché voleva rimanere!!!
Abbiamo fatto ridere tutti i genitori presenti: appena lo mettevo giù lui tornava alla porta per cercare di rientrare…


Inutile dire che spero tanto che vada avanti così!
Voi pensateci intensamente!
A presto!

mercoledì 12 settembre 2012

Crescere


Binotto sta crescendo alla velocità della luce … e non parlo solo di età anagrafica – ora ha esattamente 25 mesi e 22 giorni – ma di abilità e conoscenze che ogni giorno si sommano nel bagaglio di esperienze della sua piccola vita.

A luglio, in occasione del mio rientro a lavoro, ho trovato una tata che si prendesse cura di lui durante la mia assenza.
L’ho cercata a lungo, imbattendomi in numerose delusioni e ricominciando daccapo.
Alla fine ho incontrato la nostra Mary Poppins: una ragazza di 26 anni, studentessa in legge, grande amante dei bambini, umile, attenta, precisa.
Binotto è - per ora almeno - un bambino di grande carattere ma piuttosto timido. Gli piace molto stare in relazione, ma ha bisogno di tempi lunghi per conoscere le persone e capire se ha voglia di farle entrare nel suo mondo. Fa la stessa cosa con i giochi nuovi.
Io ho fatto entrare la tata in casa nostra a giugno e abbiamo trascorso un mese intero insieme io, lei e Binotto.
Quando, dopo più di una settimana, ho visto che mio figlio cominciava ad interessarsi a quello che lei gli proponeva, ho cominciato ad allontanarmi in un’altra stanza della casa e a lasciar loro la libertà di costruire una relazione.
Lei è stata molto attenta a non imporre la sua presenza e la sua fisicità, infatti non lo ha mai preso in braccio finché non è stato lui ad arrampicarsi addosso a lei.
Ogni tanto Binotto arrivava di corsa a vedere dove ero e cosa facevo, ma pian piano il tempo che loro due potevano trascorrere insieme a giocare senza che lui sentisse il bisogno di scappare a cercarmi si è allungato.
Negli ultimi dieci giorni di giugno ho cominciato ad uscire di casa senza il mio bimbo.
Io e Binotto, oltre ad essere soli, non abbiamo mai avuto aiuti esterni di alcun tipo, per cui fino a quel momento avevamo fatto tutto sempre insieme.   Quindi potrete facilmente capire come mi sia sentita un po’ spaesata e strana la prima volta che mi son trovata sola in strada senza lui, senza lui nella fascia, senza lui nel passeggino… sola con la mia borsa e l’aria.
Poi mi son lasciata prendere da quello che volevo fare: comprare pane e pesce fresco per il pranzo del mio bambino.
All’inizio son stata fuori una ventina di minuti circa, poi ho gradualmente aumentato fino ad arrivare al massimo a due ore.
Ho provato una gioia immensa nel constatare che Binotto non solo  non ha mai pianto ma è stato tranquillo a giocare con la tata, per corrermi poi incontro felice al momento del ritorno.
Poi è giunto il giorno del rientro a lavoro: sarei stata fuori casa per quattro ore filate. Ero comunque un po’ preoccupata e rammaricata di non aver fatto questa prova prima, ma fondamentalmente avevo anche una gran fiducia in mio figlio.
Mi sembra importante informarvi che Binotto si è convinto a lasciarmi andare a lavoro perché così potrò guadagnare i soldi  necessari a comprargli moto, scooter e vespa, di cui va matto! Ecco perché chiama il lavoro “Baa”, ovvero il verso che fa per indicare i suddetti motocicli.
Io sono tornata a lavorare e Bicci non ha mai pianto. Ci sono mattine in cui non ha tanta voglia che io vada via, ma poi io e la tata troviamo un modo per distrarlo e lui mi saluta affettuoso per andare sereno a giocare.



Sono fiera di me e di mio figlio, di essere stata capace di ascoltare i suoi bisogni e di aspettare pazientemente che i tempi fossero maturi per tutti e due, nonostante le difficoltà anche economiche che questo ha comportato.
Per me non c’è niente che sia più importante della serenità di mio figlio, del fatto che lui possa aver avuto il tempo di capire che io vado ma torno sempre, il tempo di interiorizzare la sua mamma, la sua base di solidità e sicurezza.

E’ vero che ho pagato la disponibilità mattutina di Binotto con lunghe sessioni di suzza pomeridiana e pisolini di trenta/quaranta minuti al massimo… ma ho pazientato ancora, perché speravo e sapevo che prima o poi anche questa fase avrebbe lasciato spazio a nuovi momenti.
Da pochi giorni il mio piccolo ha cominciato di nuovo a dormire un paio d’ora circa dopo pranzo. Si sveglia disperato solo se qualcosa lo ha disturbato ed ha ancora sonno. Allora arriva mamma con la suzza e si riaddormenta sereno.

In questi mesi – da giugno a ora – Binotto è cresciuto tantissimo: ora dice tante cose anche se non parla ancora perfettamente, è diventato la creatura più vivace del pianeta, corre a perdifiato, si arrampica ovunque, addirittura accende e spenge i fornelli – con mio grande disappunto e preoccupazione, naturalmente.
Io ho ritrovato anche la mia dimensione di donna e di lavoratrice, che si affiancano naturalmente a quella di mamma. Ho progetti professionali da varare e studi da portare avanti. Sento quindi il bisogno che ci sia spazio per tutte le parti di me: questo mi rende più serena e disponibile nel rapporto con mio figlio.

Quindi, dopo attenta e lunga riflessione, credo che sia il momento giusto per mandare Binotto al nido.

Ho scelto ed ottenuto – che non è poca fortuna – un nido pubblico molto bello che fa orario 8,00-14,00. E’ fornito di un grande parco confinante con la campagna, le educatrici hanno una formazione montessoriana e utilizzano metodologie e materiali Montessori di cui la struttura dispone, e questo mi piace molto. Quando sono stata a fare il colloquio informativo le insegnanti mi hanno confermato che avevo fatto bene ad aspettare, perché a questa età i bambini possono andare a godersi il nido e le opportunità che esso può offrirgli. 
Spero tanto che abbiano ragione, spero di aver fatto la scelta giusta. Anche se sono confortata dall’idea di avere un paracadute: se qualcosa andasse storto…c’è la tata!
Infatti, pur essendo rassicurata dalla competenza delle educatrici che ho incontrato e dal fatto che diversificano e adattano l’inserimento in base alla risposta del singolo bambino, sono un pochino preoccupata dal fatto che Bicci si troverà in un ambiente nuovo – fuori dalla sua casa – con adulti nuovi e tanti bambini – lui è un timido dai tempi lunghi, come già detto.
Ma, ancora una volta, sono fortemente fiduciosa in lui e in noi!
Si, questa volta ce la possiamo fare!

Le opinioni espresse qui a proposito dell’inserimento al nido rimangono invariate. Credo tuttavia che la faccenda cambi oltre i due anni di età, a seconda delle esigenze dei bambini, e del fatto imprescindibile che si rispettino i loro tempi.

La cosa più bella del rapporto con mio figlio è crescere, crescere insieme.

mercoledì 18 luglio 2012

Annunciazione annunciazione!!

Domenica prossima, 22 luglio, festeggeremo il secondo compleanno del mio amato Binotto!


Sono tanto felice ed emozionata. Il tempo passa così velocemente che quelli che sembrano attimi sono giorni e settimane e mesi e anni. I miei occhi, il mio cuore, la mia mente e il mio sangue sono pieni di gioia e di amore per mio figlio, proprio per lui così come è.

A presto!

lunedì 16 luglio 2012

Il bambino è competente


A integrazione del precedente post, riporto un passo dall’introduzione del libro di Jesper Juul citato nel titolo: “Il bambino è competente” appunto.

Dicendo che i nostri figli sono “competenti” intendo dire che sono in grado di insegnarci ciò di cui abbiamo bisogno. Loro ci danno la prova che ci permette di riguadagnare la competenza persa e di modificare il nostro comportamento di nonamore, autodistruttivo e inefficace. Imparare dai nostri figli richiede ben più che parlare con loro in modo democratico; significa imporsi di sviluppare un tipo di dialogo che molti adulti non sono in grado di stabilire neppure con altri adulti: un dialogo personale basato su uguale dignità.’

Voi che cosa ne pensate?

A presto!

sabato 14 luglio 2012

“A MANI FERME”: con Save the Children dalla parte dei bambini


Ho pensato a lungo se e come scrivere questo post. 

Immagine presa dalla campagna A MANI FERME di Save the Children
Io sono una donna adulta che da bambina le ha prese, e “di santa ragione” come direbbe fiera mia madre.
Ecco: io porto ancora dentro quelle ferite e ho dovuto fare un grandissimo lavoro personale per superarle e trovare fiducia in me stessa.
L’ultimo step di questo percorso alla ricerca della vera me è stato dare la vita a mio figlio a casa con parto naturale.
La mia esperienza fa si che io sia assolutamente contraria all’utilizzo di qualsiasi forma di forza e coercizione nella relazione e nell’educazione di un figlio, e nelle relazioni in generale.
Questo non significa che io sia, o aspiri a essere, un genitore perfetto né che sia immune da errori e frustrazioni. Talvolta mi sento completamente inadeguata e perdo la bussola, mi sembra di non avere più strumenti.
Ma cerco sempre di prendere le distanze e riflettere, cerco di controllare il volume della voce, e scopro con gioia che se io mantengo la calma e persevero nella ricerca di dialogo e comprensione le questioni diventano più facili e io e Binotto ritroviamo il gusto di collaborare per vivere sereni! Credo che questa sensazione sia impagabile.
E finisco sempre per essere estasiata e grata per il bello che c’è nella mia vita.

La nascita di un bambino è un evento meraviglioso, che stravolge positivamente la vita dei genitori.
Tuttavia mi sembra strano che per fare l’educatore occorra studiare e conseguire un titolo, che a volte si rivela anche insufficiente, e non esistano iter preparatori e formativi per affrontare il difficile e delicato compito di essere genitore.
La maternità e la paternità nascono da un profondo atto d’amore verso la vita, ma questo non sempre basta, perché ci sono tante difficoltà da affrontare e una società, nella quale inserirsi, che tende ad imporre ritmi che sono poco o per niente favorevoli alla cura delle relazioni.
Io credo che la violenza dei genitori verso i propri figli derivi da una reazione di serrata difesa dell’adulto rispetto allo scardinamento di vita e abitudini che un piccolo mette in atto. Così come credo che probabilmente anche le modalità del parto e dell’accudimento scelte o non scelte influiscano sulla capacità di accogliere e comprendere i bisogni di una creatura, che sarà a lungo completamente dipendente da noi, e dalla madre in particolare.
Insisto perciò sul fatto che sarebbe importante non lasciare soli i genitori, non lasciare sole le famiglie, ma creare una rete virtuosa di accoglienza e amore.
Perché l’amore passa attraverso un gesto d’amore e un gesto d’amore può avere tante forme e manifestazioni.

Personalmente rimango sempre ferita e spaventata quando vedo maltrattare un bambino. E nei maltrattamenti io includo anche lasciar piangere un neonato di pochi giorni o pochi mesi in una carrozzina e/o in un passeggino.
Purtroppo capita più spesso di quanto si creda.
Negli ultimi mesi mi è successo di vedere una mamma – che ho conosciuto al corso pre-parto della Asl e che è ricorsa anche all’inseminazione artificiale pur di avere un figlio - picchiare la sua bambina di circa 18 mesi in un negozio di abbigliamento per piccoli (!) perché toccava tutto e non stava ferma; oppure vedere una mamma picchiare, sulle mani e sul viso, il proprio bimbo di circa 2 anni e mezzo, seduto nel passeggino, perché allungava le mani per toccare i prodotti in vendita e piangeva per il dolore e la frustrazione. E più piangeva e più lei schiaffeggiava.
In entrambi i casi ho vissuto un forte senso di offesa e di impotenza, perché avrei voluto intervenire ma non sapevo come farlo.
Stamani a lavoro, parlando con una collega che ha un figlio di sette anni, ho trovato da riflettere quando mi ha detto che lei non picchia mai suo figlio, al limite gli da qualche sculaccione ogni tanto.

Alla luce delle riflessioni di cui sopra, trovo quindi molto importante la campagna A MANI FERME, coordinata da Save the Children Italia con la collaborazione di tre partner europei -  Save the Children Svezia, Save the Children Romania e Save the Children Lituania - che nasce all’interno del Progetto “Educate, do not punish”, finanziato dalla Commissione Europea, per proteggere i bambini dalle punizioni fisiche o corporali e dalle altre forme di punizioni umilianti e degradanti in tutti i contesti, compreso quello familiare, promuovendo la genitorialità positiva. 


E' importante far rilevare come molti stati europei abbiano vietato per legge le punizioni fisiche all’interno della famiglia e in ambiente scolastico, mentre in Italia non esiste ancora una norma in proposito.
Credo che ottenere che il legislatore colmi questa lacuna sia una battaglia di civiltà.

Qui il link allo spot della campagna.

Save the Children mette a disposizione la Guida pratica alla genitorialità positiva, un’opuscolo di 60 pagine, che ho trovato estremamente chiaro e utile.
La guida aiuta i genitori a riflettere per trovare una strada alla costruzione di un buon rapporto genitori-figli, fornendo utili informazioni circa lo sviluppo cognitivo dei piccoli nelle varie fasce di età e i loro corrispondenti bisogni e indicando i quattro pilastri sui quali fondare la relazione:
1.  Individuare i propri obiettivi educativi di lungo termine;
2.  Far sentire il proprio affetto e fornire punti di riferimento ai nostri figli in ogni interazione con loro;
3. Comprendere cosa pensano e cosa provano i nostri figli in diverse situazioni;
4. Assumere un approccio che mira alla risoluzione dei problemi piuttosto che un approccio punitivo.

Uno dei passaggi più belli a mio parere è questo:
Nessun genitore è perfetto. Tutti noi commettiamo degli errori, ma possiamo imparare da questi, proprio come fanno i nostri figli.”

Qual'è il vostro approccio educativo con i bambini?
Vi siete mai trovate/i in difficoltà?

A presto!

venerdì 30 marzo 2012

KMC ovvero Kangaroo Mother Care


Il Kangaroo Mother Care, ovvero il metodo della madre canguro, è nato alla fine degli anni ’70 in un ospedale  di Bogotà, in Colombia, per sopperire alla scarsità di mezzi tecnologici nella cura dei neonati pre-termine.
Il metodo consiste “semplicemente” nel consentire il contatto pelle a pelle con la madre: può essere praticato in modo continuo oppure a periodi intermittenti.
Si è visto che tale pratica porta notevoli benefici al neonato immaturo: sincronizzazione del respiro tra madre e figlio con miglioramento della funzione respiratoria, maggiore ossigenazione del sangue e del cervello, stabilizzazione della temperatura corporea e della glicemia, minor rischio di infezioni, migliori risultati nell’instaurarsi dell’allattamento al seno e dell’attaccamento madre/bambino.
Dai paesi in via di sviluppo il metodo KMC è stato poi esportato nei paesi occidentali, quale approccio naturale e olistico al neonato prematuro.
Negli atti del seminario internazionale “Innovazione e sviluppo in sanità: l’integrazione delle medicine complementari e tradizionali nei sistemi sanitari pubblici”, tenutosi a Firenze nell’ottobre 2008, pubblicati dalla Regione Toscana, si trovano due interventi di operatori sanitari albanesi a proposito dell’utilizzo del metodo di cui sopra.
Nel primo, a firma di Edi Tushe, responsabile del servizio di Neonatologia dell’Ospedale materno-infantile di Tirana, si legge:

“ Hector Martinez Gòmez, uno dei fondatori del metodo “madre-canguro” […], sosteneva che il triangolo della vita è fatto di amore, calore e latte materno.
Nel 1992 […] per la prima volta il concetto di amore fra i fattori importanti che influenzano la salute del neonato.
Sono convinto che nei reparti di terapia intensiva neonatale occorra fare un uso appropriato della tecnologia. […]
E’ importante anche sottolineare che i risultati ottenuti con le tecnologie sofisticate hanno anche un’altra faccia della medaglia che consiste […] nei fenomeni iatrogeni […]
Non […] trascurare il fattore costi […]
Non […] trascurare l’aspetto umano e dobbiamo anche pensare all’impatto che un reparto di terapia intensiva neonatale può avere sui genitori.
[…] il metodo della madre canguro […] consente un approccio naturale al neonato prematuro. 
[…] i neonati tenuti in posizione canguro, cioè a contatto diretto con la madre, si ammalano meno di infezioni ospedaliere.
[…] Questo metodo ha effetti a lungo termine sullo sviluppo del bambino. Sono positivi anche gli effetti sulla madre.
[…] metodo a basso costo da utilizzare non solo nei paesi in via di sviluppo, ma dappertutto. Un esempio eccellente di una tecnologia a basso costo ma ad alta efficacia.”

Nel secondo intervento, a firma di Rumena Moisu, responsabile dei servizi di Ostetricia del Ministero della Salute dell’Albania, si leggono altre considerazioni piuttosto interessanti:
“Illustrerò brevemente la storia del Kangaroo Mother Care impiegato nell’ospedale di Tirana. Si tratta di un metodo di assistenza per i neonati, in particolare per quelli prematuri fuori pericolo, che prevede il contatto pelle a pelle con la madre.
Il nostro maggior problema era e rimane l’impiego di questo sistema da parte del personale medico e delle infermiere.
Per l’ospedale l’impiego di questa metodologia è positivo perché ha un costo irrisorio e permette una spesa contenuta per la cura dei bambini prematuri. Il personale medico e paramedico e le infermiere, invece, sono riluttanti e non hanno fiducia in questo metodo, al contrario delle madri, e ciò ci crea dei problemi.”
La nota positiva è che l’amore materno assurge al ruolo di mezzo tecnologico a basso costo per la cura del neonato.
E’ grandioso che si sia arrivati a capire questo e a metterlo in pratica!
Tuttavia sono sorpresa  che ciò non fosse già un’ovvietà.
Mi chiedo quanto il genere umano abbia continuamente bisogno di allontanarsi ed estraniarsi da se stesso per poi ritrovarsi e, in particolare, quanto è necessario depauperare la donna delle sue peculiarità e della sua ricchezza di genere per sminuirne il ruolo sociale.
Credo sia importante che tutte le future mamme provvedano a compilare e consegnare all’ospedale scelto un piano del parto, nel quale possono indicare le metodologie sanitarie che preferiscono non siano utilizzate per la cura propria e del nascituro.
Inoltre, se è vero che è fondamentale disporre di centri sanitari efficienti e preparati ad intervenire in caso di necessità, sembra sia meglio diffidare di luoghi dove ancora non si pratica il rooming-in e i neonati – anche se sani e nati al termine della gravidanza - vengono tenuti lontani dalle madri, in nome di igiene, sicurezza e controllo.
Il metodo KMC ci fa comprendere quanto sia importante garantire la continuità della relazione madre/bambino anche in caso di problemi alla nascita, e ci offre la possibilità di riflettere sull’opportunità di assicurare ai nostri figli un accudimento ad alto contatto per garantire loro un’accoglienza “morbida” nel mondo ed un corretto sviluppo psico-fisico.

Voi cosa ne pensate?

A presto!

martedì 28 febbraio 2012

Il tempo per noi

Prendiamoci il tempo, tutto il tempo che serve, per nostro figlio e per noi.
Il resto è relativo e non indispensabile.



lunedì 27 febbraio 2012

La cura della relazione madre/bambino






































Un mese fa, nella sala d’attesa del pediatra di mio figlio, ho incontrato una mamma con un neonato di 5 giorni.
Sul suo viso si leggeva ancora la fatica del parto, aveva un’espressione quasi spaventata. Raccontava a proposito del suo piccolo: “Lui ha già capito come funziona, ma occorre farsi un po’ il cuore duro. Io lo lascio nella carrozzina e lo faccio piangere, altrimenti chi me li stende i panni?”
                                    
Non ho potuto fare a meno di intervenire: “A CINQUE giorni ci siete solo LUI e TE. Non c’è niente e nessuno di più importante.”

E mi chiedo:
perché nessuno aiuta le neo-madri a capire che il pianto di un neonato di 5 giorni è mera espressione di un bisogno? Che il mondo è troppo grande per stare soli in qualunque luogo se si proviene da un ovetto scuro, caldo e rassicurante di rumorini materni, come il battito regolare del suo cuore?
Perché non esiste una rete di sostegno e aiuto alla maternità, alla CURA della RELAZIONE MADRE/FIGLIO, che rappresenta un imprinting indelebile nella formazione di qualsiasi individuo?

Penso che questi paradossali equivoci abbiano origine anche nel modo in cui sono gestiti la gravidanza e il parto, nella fretta di una società che non sa aspettare “il momento”. Ma  tale argomento merita un post a parte. Ci torneremo.

Una mamma non dovrebbe essere lasciata sola.
La buona riuscita della relazione primaria è un investimento per il futuro della società.

Vorrei contribuire a creare una rete di sostegno e accoglienza per le mamme.
Vorrei dare ad altre donne ciò che ho dato a me stessa con tanto impegno e fatica, tenendo sempre presente la bellezza del fatto che mio figlio ora c’è e che è nato dal mio amore per la vita e dalla mia determinazione a farlo nascere.

Vedo che il web è popolato di belle realtà. Vorrei aggiungere anche la mia voce.

E voi come avete vissuto l’avvio della relazione con il vostro bambino?

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