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domenica 18 novembre 2012

La melodia dell’amore: la comunicazione tra madre e figlio. Divagazioni tra pedagogia dell’ascolto di Tomatis, lingua madre e linguaggio dei segni.




Qualche giorno fa ho letto in rete che è stato pubblicato un libro, Mamma parla con me di Nancy Cadjan, sull’uso del linguaggio dei segni con i neonati e comunque per tutto il periodo tra la nascita e la progressiva acquisizione del linguaggio parlato.

Sono curiosa di leggere questo testo, perché l’argomento mi lascia perplessa, in quanto credo che l’uso del linguaggio dei segni, come di ogni altra forma di linguaggio codificato, presupponga delle capacità logiche che il neonato ancora non possiede. Ritengo inoltre che il neonato apprenderà il tipo di linguaggio che gli verrà trasmesso/insegnato.
Sicuramente sono una grande estimatrice della parola pronunciata e del valore dell’ascolto, ma è anche noto che il contatto vocale con la madre è fondamentale per il piccolo fin dalla vita in utero.
In ogni caso questa notizia mi ha stimolato a fare delle riflessioni che vorrei condividere. 

Innanzitutto mi ha fatto riprendere in mano un libro bellissimo e interessantissimo che ho letto all’inizio della gravidanza: La notte uterina di Alfred Tomatis.  Partendo dalla fisiologia e neurologia del sistema uditivo, l’autore - otorinolaringoiatra francese specializzatosi in ricerche pioneristiche sul rapporto tra ascolto, psicologia e comunicazione, nonché fondatore dell’audiopsicofonologia o Metodo Tomatis - ci fa letteralmente entrare nel mondo sonoro del feto che, già dal quarto mese di gestazione, sarà dotato dell’apparato acustico che gli consentirà di ascoltare i suoni che abitano il corpo materno, crescere, evolversi e comunicare con la propria madre e con l’esterno. Il testo puntualizza l’importanza fondamentale dell’ascolto quale base per la costruzione della relazione primaria e punto di partenza di una pedagogia improntata ad amore e rispetto.
E’ noto ormai che ciò di cui nutriamo i nostri figli, fin dal loro formarsi nel ventre materno, non è solo cibo, ma interazione e relazione.     Tomatis parla proprio di imprinting linguistico[1], spiegando che “La voce materna costituisce, indubbiamente, l’’impasto sonoro’ sul quale si modella il linguaggio. La madre esprime il suo passato, i suoi sentimenti e, in particolare, il suo amore attraverso un materiale acustico assai specifico percepito in modo singolare dal feto, seguendo un processo del quale non sapremo mai valutare abbastanza il valore.”[2] E aggiunge “E’ più che evidente che la trasmissione di vita, attraverso la voce materna, si realizza solo se la madre, investita della sua maternità, impregnata di questa pienezza, conscia del suo impegno, può manifestare la sua gioia di vivere, il suo benessere. Per questo, nel corso della gravidanza, deve vivere in un clima di armonia, in un ambiente caldo che la renda cosciente di quello che, dentro di sé, si evolve e si perfeziona.”[3]
E qui pone l’accento sull’opportunità di vivere la gravidanza con consapevolezza: “La preparazione della donna in gravidanza ha un’importanza considerevole perché diventi donatrice di vita e d’amore. La sua voce sarà, allora, il supporto materiale del messaggio essenziale indirizzato al bambino per tutto il tempo dell’attesa. A sua volta il bambino prepara il suo apparato uditivo a ricevere la voce che costituisce il suono della vita. Di questa voce, percepita al di là del linguaggio, decantata dal suo contenuto semantico, verbale, non resterà che il timbro cadenzato, in funzione del ritmo parlato specifico della madre. Questo è il ritmo che il bambino, alla nascita, riconoscerà fra tutti e ricercherà per tutta la sua esistenza.”[4]   La voce della madre sarà  ed è, quindi, la musica che accompagnerà tutto il nostro percorso in vita di esseri umani.
“[¼]noi chiediamo spesso alle gestanti di parlare e di cantare al bambino che portano dentro di loro. Consigliamo anche di provare ad ascoltare quello che il loro piccolo può aver voglia di esprimere. E’ importante che si instauri un dialogo, un vero dialogo d’amore, di quell’amore che illumina la voce della madre nella banda preferenziale in cui si manifesta il suono della vita.
E’ in questa banda molto speciale che si situa, nella voce della madre, un vero linguaggio, l’unico che introduce la nozione della vita che la madre porta in sé, al di là di ogni semantica, di ogni fibra affettiva.”[5]
Poiché il ricordo non è solo un fatto cerebrale, la memoria di questo dialogo sonoro, dell’armonia di questa relazione amorosa sarà conservata in tutto il corpo del neonato prima e dell’adulto poi, così come ogni esperienza che modellerà il suo approccio alla vita. Su questa, come su altre considerazioni affini, si basa anche molta pedagogia teatrale, compreso il metodo che io utilizzo nel condurre i miei laboratori.
E’ interessante tener presente che alcune discipline fisiche e mediche credono che le memorie inscritte sul corpo contribuiranno a determinare lo stato di salute e le eventuali patologie da cui la persona sarà caratterizzata, piuttosto che affetta.

In questo testo sorprendente e multiforme Tomatis esprime una meravigliosa definizione dell’universo femminile quale portatore di creatività e di vita: “Essere femmina significa portare un germoglio. Essere donna è portare un bambino. Essere madre è portare un individuo.”
E prosegue a proposito l’interazione madre/feto: “La madre deve parlargli, deve imparare a comunicare, a dialogare con lui. Le basterà lasciar vibrare in sé l’essere per poter trovare le parole della vita, i canti d’amore diretti a questa parte di sé che si fonde nel bambino che porta. [¼] E’ dal calore affettivo contenuto in una voce gradevole e dolce, amorosa e comprensiva che egli saprà cogliere ciò di cui ha bisogno. Non c’è nulla di complicato, in fondo.”[6]
Sarebbe molto utile che tanti corsi pre-parto, anche pubblici, fossero improntati a questo principio basilare, per cui l’ascolto reciproco e attento costituisce il punto di partenza per la creazione del rapporto primario e per tutti i rapporti che verranno nel corso della vita.


Sembra inoltre che l’interazione vocale tra madre e neonato stimoli il piccolo all’apprendimento della lingua – detta madre, appunto - al fine di poter comunicare in modo efficace con la mamma. Su questo tema ho acquistato Lingua madre di Dean Falk, che aspetta pazientemente di essere letto.
L’autrice, direttrice del dipartimento di Antropologia della Florida State University di Fort Lauderdale e esperta in evoluzione del cervello e neuroanatomia comparata, analizza il raggiungimento della postura eretta dei nostri progenitori, avvenuto tra i sette e i cinque milioni di anni fa. A questo evento la studiosa associa la nascita del linguaggio: in un’era in cui le madri erano costrette a poggiare in terra i piccoli per raccogliere cibo, l’unico modo per calmare la loro ansia era l’utilizzo della voce, attraverso l’emissione di vocalizzi, costituiti da rudimentali sonorità melodiche che si sarebbero successivamente evolute in una forma di proto linguaggio, e sopravvissute fino a noi attraverso il maternese, la lingua musicale e affettiva con cui in tutto il mondo le madri si rivolgono spontaneamente ai piccoli. E’ proprio per implementare questa comunicazione che il bambino sviluppa il linguaggio, infatti la Falk ritiene questa «musica parlata» fondamentale per l’apprendimento della lingua e per la maturazione emotiva e sociale, nonché nello sviluppo di abilità artistiche, quali il canto, ad esempio. (Dean Falk, Lingua madre. Cure materne e origini del linguaggio, Bollati Boringhieri Editore, Torino, 2011)

Sembra comunque che anche l’acquisizione della postura eretta sia stimolata dal bisogno di ascoltare e comunicare. Infatti anche Tomatis spiega “Il corpo assume la posizione verticale per tendere l’orecchio, ed è per diventare un totale orecchio, una sorta di antenna all’ascolto del linguaggio, che l’uomo si vede dotato di un sistema nervoso che risponde alla realizzazione di questa funzione.”[7]  

L’espressione dei bisogni del neonato passa notoriamente attraverso il pianto. La madre potrà imparare a distinguere l’origine del problema affinando l’ascolto e giungendo a riconoscere le diverse qualità e sonorità del pianto del suo bambino: quello da fame, quello da sonno, da noia, ecc.  Sarà la sua voce melodiosa e il contatto del suo corpo caldo che restituiranno serenità e forniranno appagamento al piccolo. Ed è attraverso lo sviluppo di questa relazione amorosa che il bambino crescerà forte e sicuro.


Personalmente trovo che la lingua dei segni sia uno strumento molto utile, la cui conoscenza meriterebbe una maggiore diffusione, soprattutto al fine di limitare ostacoli alla possibilità di comunicare in caso di difficoltà uditiva e linguistica. Tuttavia credo che se il neonato sapesse usare i segni allora saprebbe anche parlare! Insomma non si tratta di un problema di fonazione, ma di immaturità cognitiva fisiologica.
Ciò non toglie che tra madre e bambino si sviluppi anche una dinamica gestuale che completerà e arricchirà l’arcobaleno della loro relazione.

E voi che cosa ne pensate?
A presto!





[1] Alfred Tomatis, La notte uterina, Red Edizioni, Milano, 1996, 2009 – red!, Milano, 1996, 2009, pag. 147
[2] Op. cit., pag. 147
[3] Op. cit., pag. 147
[4] Op. cit., pag. 148
[5] Op. cit., pag. 150

[6] Op. cit., pag. 229
[7] Op. cit., pag. 128

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